La Fonteta, 1996-1998

La colonia fenicia alla foce dei fiume Segura*
(Alicante, Spagna)

*(Traducción al italiano de Martina Renzi, Università di Viterbo)



 Il 9 settembre 1996 iniziavano gli scavi del Progetto di Ricerca Archeologica che, con la stessa denominazione del toponimo del luogo del quale fa parte anche il sito medievale de La Rábita Califal (BIC), fu sollecitato dal 1989 alla Generalitat Valenciana con numero di pratica 73/89.

Il Progetto de La Fonteta rientra appieno nella linea di ricerca Colonizzazione fenicia e interazione culturale con le comunità indigene del SE della Penisola Iberica dell’Area di Preistoria dell’Università di Alicante, dove negli anni Ottanta si diede avvio al Progetto de La Peña Negra. Per un appropriato sviluppo delle indagini archeologiche è stata stabilita una collaborazione con il Museo Archeologico ed Etnologico di Guardamar del Segura.

I fondi economici per la realizzazione del lavoro di campo provengono dal M. I. Ayuntamiento de Guardamar e dalla Direzione Generale per il Patrimonio Artistico della Generalitat Valenciana.
Vogliamo ringraziare alle suddette Amministrazioni l’appoggio prestato per il conseguimento degli obiettivi prefissati dal progetto, e ugualmente ringraziamo il Vicerettorato di Ricerca dell’Università di Alicante per facilitare la fruibilità dei fondi provenienti dalla Generalitat Valenciana.

Non minore ringraziamento va rivolto allo sforzo dei numerosi studenti e laureati della specialità di Storia delle Università di Alicante, Valencia, Murcia, Granada, Siviglia, Pompeu Fabra di Barcellona, Castiglia-La Mancha, Complutense, UNED di Madrid, Navarra e Santiago, che ha reso possibile ottenere l’ampio registro di dati di cui oggi disponiamo.

La Fonteta, il cui toponimo allude ad una fonte d’acqua dolce, è situata sulla sponda destra del fiume Segura, molto vicina alla sua foce, riproponendo una tipologia insediativa familiare ai centri fenici del Mediterraneo.

Per mancanza di studi paleografici non sappiamo con certezza se il sito anticamente era un isolotto o un promontorio, però è evidente che il corso fluviale del Segura sempre si scontrò con questa asperità del terreno, creando così il suo caratteristico meandro prima dello sbocco a mare. Proprio in questa insenatura che precede la foce del fiume, protetta dal regime dei venti predominanti, è possibile che fosse situato il molo portuario del sito fenicio.

Sappiamo che due dei fattori economici principali che condizionarono la scelta dei punti in cui stanziare i centri fenici furono la facilità di approvvigionamento di materie prime, specialmente metalli, e la possibilità di stabilire relazioni commerciali con le genti del territorio circostante.

Entrambe i fattori caratterizzano la zona del Basso Segura. A partire dal IX secolo a.C., importanti officine metallurgiche situate nell’insediamento indigeno de La Peña Negra hanno restituito una quantità considerevole di utensili, ornamenti e armi tipologicamente vincolate al contesto del Bronzo Finale Atlantico che però non sembrano rimanere sul luogo (non sembrano destinate ad una circolazione locale).

Inoltre, gli scavi realizzati a La Fonteta hanno messo in evidenza l’interesse dei Fenici per la metallurgia del rame, del ferro e dell’argento, materie prime che dovevano essere ottenute nel circostante territorio alicantino e murciano.

Senza dubbio non dovettero neanche trascurare le possibilità che offrivano queste zone paludose del Basso Segura per lo sfruttamento di un bene di primaria necessità come il sale, non tanto per il consumo diretto quanto per la conservazione degli alimenti (carne, pesce, olive) e per produzione di cibi in salamoia, industria nella quale si distinsero i Fenici e della quale abbiamo numerose testimonianze scritte e una buona documentazione archeologica di epoca punica.

Minerali metalliferi da trasformare, utensili e armi già lavorate da officine indigene, …e sale. In aggiunta a ciò, un ecosistema ricco e con risorse differenziate che rendeva possibile una dieta varia e completa a base di carni di animali terrestri, lacustri e marini. Dal cervo alla vacca, dal tonno alla seppia, dal Murex ai granchi, senza dimenticare la notevole quantità di lumache terrestri, gli abitanti della città fenicia alla foce del fiume Segura disponevano di una gustosa alimentazione.

La città portuaria, istallata al riparo dai venti di Levante, si trovava in un punto strategico non solo per lo sfruttamento primario delle risorse economiche ma anche, ed è a  ciò che si deve una tale scelta, in una ottima zona nel letto di un fiume che comunicava il SE con la Alta Andalusia, un asse commerciale di particolare importanza nella protostoria di entrambe le regioni. Gli insediamenti indigeni situati a breve distanza si mostreranno particolarmente recettivi: San Antonio, Los Saladares, Caramoro II, o la stessa Peña Negra che arrivò ad ospitare un’officina di artigiani distaccati dall’emporio di Guardamar.

L’articolazione del territorio "coloniale" nel Basso Segura si realizzò seguendo uno schema che rinforzava la città portuaria della foce con la fortificazione del Cabezo Pequeño del Estaño, che potrebbe anche aver protetto il possibile grande porto de La Rinconada.
Questo modello di impianto includeva l’esistenza di un santuario dedicato probabilmente ad Astarte, nello stesso Castello di Guardamar, e doveva rappresentare il contrappunto del tempio de La Fonteta, documentato da resti architettonici e possibilmente eretto in onore di Melkart.
Un modello che ricorda, in ultima analisi, ciò che le fonti scritte e l’archeologia ci testimoniano per Cadice, la grande metropoli fenicia d’Occidente.

 Con la scoperta de La Fonteta, annunciata già negli anni Settanta per i tentativi di localizzazione di Schubart e Arteaga, il territorio del SE della Penisola Iberica ha rivestito un’importanza di prim’ordine sia per quanto riguarda la colonizzazione fenicia nel Mediterraneo occidentale sia per il ruolo che svolse nei processi di commercio, acculturazione e interazione con le popolazioni indigene del Bronzo Finale.
Tutto ciò semplifica la comprensione di un periodo orientalizzante nelle regioni alicantine meridionali e la sua trasformazione dalla metà del VI secolo a.C. in una fiorente tappa iberica antica, alcuni dei quali insediamenti rappresentativi (orizzonte El Molar - El Oral) sembrano riprendere fedelmente la tradizione culturale fenicia e orientalizzante, germe di quella iberica.

 Gli scavi archeologici portati a termine in questi anni iniziano ad offrirci alcuni aspetti di ciò che fu la colonizzazione fenicia occidentale nel SE della Penisola Iberica, le cui caratteristiche architettoniche, religiose, funerarie, economiche e della cultura materiale ci pongono davanti ad uno dei centri paradigmatici della presenza fenicia d’oltremare, in un punto geografico cruciale per capire le relazioni con la Ibiza arcaica e la strategia territoriale che comporta la colonizzazione fenicia del Mediterraneo occidentale.

 La periodizzazione de La Fonteta che abbiamo realizzato nel 1997 si basa su un registro di dati ottenuto durante queste tre campagne iniziali nel settore sudorientale del sito. Siamo però coscienti del fatto che la sua applicazione alla totalità dello stesso possa risultare precipitosa, essendo stato comprovato l’andamento irregolare dei depositi stratigrafici che presentano variazioni sostanziali anche in luoghi molto vicini. Nonostante ciò, se n’è provata l’utilità anche didattica nella campagna del 1998, avendo questa periodizzazione permesso di organizzare coerentemente tutta la documentazione recuperata.

 L’esistenza di un impressionante sistema difensivo (a suo tempo confuso e pubblicato come islamico dall’équipe di medievalisti di R. Azuar, e più recentemente, essendo diretto da un’équipe franco-spagnola, considerato orientalizzante e iberico antico) è servita da orizzonte per differenziare una Fonteta arcaica (fasi I, II e III) e una Fonteta recente (fasi IV, V, VI, VII e VIII). Fonteta IX segnalerebbe il momento di distruzione e crollo delle muraglie e rappresenta la fase finale dell’insediamento, oltre a segnalare il verificarsi di una grande invasione di dune.

 È senz’altro prematuro dedurre l’estensione del sito fenicio sia per la mancanza di una prospezione fisica completa sia per il fatto che i perimetri delle due grandi fasi non coincidono. Nell’area scavata, i resti di Fonteta arcaica sorpassano il perimetro difensivo della Fonteta recente, mentre i resti architettonici di quest’ultima sono compresi unicamente all’interno del recinto della muraglia. Ma questa constatazione ci permette di supporre che la città arcaica era più estesa di quella che verrà poi racchiusa dalla muraglia ancora oggi visibile? O meglio: Fonteta recente significa un ripiegamento topografico? Fino a quando non si conoscerà l’evoluzione geografica della foce del fiume Segura tra l’VIII e il VI secolo a.C. sarà di scarsa utilità porsi tali domande. E fino a quando non si realizzerà una serie di sondaggi profondi per delimitare la zona dell’insediamento, tutte le questioni proposte non saranno altro che mere congetture. Ad ogni modo, una stima approssimata potrebbe mostrarci un complesso urbano e portuario non inferiore ai 6 ha. per la fase arcaica.

******

 Durante le tre campagne di scavi ordinari realizzate fino ad oggi ci siamo proposti diversi obiettivi. Nel 1996 l’azione fu centrata sull’affioramento nell’angolo SE del perimetro difensivo, coperto da tonnellate di sabbia. La spessa copertura sabbiosa fu asportata da entrambi i lati del corpo della muraglia al fine di facilitare l‘inizio degli scavi partendo dal primo strato di formazione antropica, cioè aprendo all’interno del recinto il Settore 7 che restituì una delle prime sequenze del sito. In contemporanea a quello del paramento orientale, si iniziò anche lo scavo del Settore 6. Poi, in una zona più lontana verso il Sud, si aprì il Settore 5 che ha fornito uno dei registri sia architettonici che ceramologici più illustrativi.

 Una volta conosciuta l’orientazione delle diverse strutture architettoniche, la planimetria ottenuta con la prima campagna ci ha condotto a impostare la distribuzione attuale delle aree di scavo.
Vista l’importanza delle strutture, abbiamo deciso di stabilire un modulo di 10m. di lato per i vari settori, ad eccezione di quelli che toccano la cortina difensiva la cui ampiezza è stata portata a 14m. Stabilito ciò, le dimensioni dei nuovi settori del 1997 furono adattate al suddetto sistema.

 Nella seconda campagna si regolarizzò il Settore 7, ampliandolo fino ad arrivare al modulo corrispondente, e contemporaneamente si aprì il Settore 8. Dall’altro lato della muraglia iniziarono i lavori nel Settore 14.
Nel Settore 8 i dati pertinenti alla fase Fonteta IV furono particolarmente abbondanti e, dato che fu utilizzato come deposito di rifiuti, il volume dei resti archeologici e faunistici è impressionante. Un’importante lotto di bronzi, tra i quali spiccano diversi tipi di fibule, si accompagnava ad un copioso repertorio ceramico nel quale va menzionato uno dei complessi di ceramica greca più importanti della Penisola Iberica: anfore chiote e samie insieme a coppe e vasi (dinoi) provenienti da vari centri della Grecia Orientale. Il proseguimento dello scavo negli strati inferiori fu fissato per il 1998, tenendo conto di quanto fu laborioso esaminare in maniera sistematica circa 28m3 di ceneri con un setaccio a maglia fitta.

 Le informazioni forniteci dai Settori 7 e 14 hanno principalmente messo in evidenza la fase Fonteta III attraverso i diversi ambienti la cui finalità metallurgica è confermata dall’enorme quantità rinvenuta di ugelli (tuyères), crogioli, frammenti di stampi di arenaria, pani di metallo e scorie, tutti elementi che ci testimoniano soprattutto una lavorazione di rame e ferro.

 Nel Settore 14, inoltre, si è potuto registrare il fosso che precedeva la linea difensiva meridionale, la cui costruzione comportò il taglio dei resti architettonici delle case che avevano rivestito una funzione metallurgica in epoca anteriore. Questo Settore è tuttora in corso di scavo, non essendo stata raggiunta la fine del fosso.

 Gli obiettivi prefissati per la terza campagna erano la continuazione dello scavo nei Settori 8 e 14 e l’apertura verso Est del Settore 5 e verso il Nord dei Settori 9 e 10. Ma la rimozione delle discariche di terra dell’anno precedente nonché un’ulteriore asportazione di varie tonnellate di sabbia delle dune per aprire nuovi Settori ci hanno costretto a rimandare il raggiungimento di questi obiettivi agli scavi dei prossimi anni.

 Tutti gli sforzi del 1998 sono stati pertanto concentrati nei Settori 5 e 8. In quest’ultimo siamo scesi nei depositi inferiori alla muraglia, documentando nuove strutture del complesso metallurgico di Fonteta III che ha restituito resti di nuovi stampi e anche una mazza da minatore.

 Il grande forno circolare con pareti in mattone crudo di 2,40m. di diametro, non ancora scavato dopo la sua individuazione nel 1997, è stato messo in luce al di sotto della fase Fonteta VI e potrebbe appartenere alla casa pluricellulare di Fonteta V. Allo stato attuale degli studi non esiste nessun indizio di una sua funzione metallurgica, essendo stato utilizzato sicuramente come grande forno da pane.

 Il Settore 5 sembra offrirci una delle prime abitazioni di Fonteta VI. Fino ad ora, tutto il registro dei dati pertinenti a questa fase consisteva in un vasto deposito formato da strati di rifiuti che riempie anche gli spazi abitativi delle case che precedono Fonteta V, pertanto obliterate da questo deposito.
La struttura in questione presenta una fattura di peggiore qualità e dovette essere realizzata quando il sito già si stava usando come deposito di rifiuti, infatti i suoi zoccoli di pietra ne coprono la parte inferiore. Ma, al contrario delle citate case di Fonteta V, questo deposito non arrivò ad invadere l’interno di questa struttura che sembra isolata presso l’interno dell’angolo SE della muraglia.

 I nuovi dati ottenuti grazie ai recenti lavori ci forniscono una serie di informazioni essenziali che completano i dati ricavati negli anni precedenti.
La prima di queste informazioni riguarda il contenuto degli strati Ib8-Ib9-Ib10 che si trova immediatamente sotto la muraglia e che serve da appoggio al suo basamento. Lo strato Ib9 che si era caratterizzato per lo spessore minimo e per lo scarso materiale archeologico associato, si è ora rivelato un deposito di grandezza crescente da Sud a Nord che ha restituito un notevole lotto di materiali. Con questa documentazione risulta più facile precisare la cronologia della fase immediatamente precedente alla costruzione del sistema difensivo di Fonteta IV, ciò che fino ad ora doveva associarsi ai ricchi complessi ceramici di Fonteta IIIb1.
Sospettiamo, inoltre, che lo strato Ib9 grigio dei Settori 7, 8 e 5 non corrisponda allo strato Ib9 grigio del Settore 14,  pertanto possiamo ora essere in condizioni migliori per caratterizzare la fase Fonteta IIIb2, dalle cui case sono state asportate le grandi pietre che formano la base del rinforzo esterno della muraglia.

 Un’altra informazione essenziale è costituita dall’individua-zione di una serie stratigrafica appartenente alla fase Fonteta II che fino ad oggi  era stata individuata solo nel Settore 25. I dati provengono dal Settore 5, al di sotto sia dei resti di Fonteta III sia di quelli di Fonteta V. Lo spessore della serie varia da 0,20 a 1,75m. e si tratta di un deposito formato da numerosi strati nei quali sono state evidenziate varie tracce di attività metallurgica. Nuovi ritrovamenti di ceramica greca protocorinzia e anfore SOS confermano i dati forniti dall’edificio con muri di pisé del Settore 25.

 Per concludere, sono attestati anche resti della fase Fonteta I, cioè tre forni e una serie di fossi e canali scavati nella base geologica che devono nuovamente essere messi in relazione con attività metallurgiche.
Il riempimento di sabbia che copre tali strutture e che ha restituito materiale archeologico significativo, induce a proporre una fase Fonteta IB o Fonteta I/II.

 La stratigrafia dei diversi depositi corrispondenti alle fasi che si sono potute stabilire ci obbliga a fare una correlazione ? attualmente in corso ? tra le varie serie stratigrafiche a causa della loro eterogeneità.

******

Architettura e tecniche di costruzione

 Attraverso la sequenza delle fasi di vita che si sono potute stabilire, si osserva una prima approssimazione all’architettura di questo emporio fenicio del SE della Penisola Iberica, i cui modelli influiscono sostanzialmente sul concetto architettonico delle comunità indigene del territorio. Queste in molti casi lo adottano fedelmente, dall’uso dell’arte muraria in mattone crudo all’impiego di banchi da lavoro e alla forma di costruire i focolari, come si può osservare a La Peña Negra ed a El Oral, due abitati indigeni ? orientalizzante uno e iberico antico l’altro ? che servono da contrappunto o che recepiscono l’evoluzione di quello che succedeva a La Fonteta.

Architettura domestica

In attesa di una maggiore definizione, con l’ampliamento dei dati nei prossimi anni,  dei resti costruttivi che sotto forma di buchi (di palo), fossi e linee (recinto) in materiale deperibile registrati in Fonteta IA, la prima costruzione definita che conosciamo appartiene a Fonteta II e viene interpretato come un edificio con pareti di pisé, la cui delimitazione non è stata ancora completata, apparso nel Settore 25. L’edificio si articola in vari elementi ortogonali con pareti di diversa grandezza che differenziano i muri maestri dai semplici tramezzi. La sezione di alcuni di questi ultimi ci mostrò profili stratigrafici molto illuminanti per la fase di costruzione, infatti registrava chiaramente almeno due momenti costruttivi con un rifacimento posteriore del piano originale che ha condizionato anche le dimensioni degli ambienti interni. In alcuni punti uno strato di mattoni crudi segnalava la chiusura della prima fase di costruzione.

 L’impiego di uno zoccolo in pietra nella costruzione dei muri delle case è documentato a partire dalla fase Fonteta III. Un insieme di strutture abitative appartenenti ad un altro complesso architettonico si sta definendo grazie ai dati ricavati dai settori 5, 7, 8 e 14. Il carattere metallurgico di alcuni di questi ambienti è stato evidenziato dagli abbondanti ritrovamenti che possono essere messi in relazione con questa attività.

 Un pavimento di argilla che riposa su un letto di ciottoli segnala la differente funzione di una stanza, situata al lato di un’altra nella quale un selciato e due pesanti pestelli sembrano indicare un luogo destinato a triturare il minerale, a sua volta adiacente a un’officina metallurgica che deve essere interpretata come luogo di lavorazione del ferro.

 In un altro ambiente più ad Est è stato messo in luce un focolare con tre aree circolari. Due di queste presentano un’attenta tecnica di costruzione destinata a conservare meglio il calore del fuoco: sotto lo strato di terracotta è stato collocato un letto di frammenti ceramici e a sua volta sopra un letto base fatto con piccoli ciottoli.

 Questo tipo di focolare, nel quale sotto la piastra di cottura è stato messo uno strato di ceramica frammentata, è documentato a partire da Fonteta II, infatti già in uno degli ambienti dell’edificio con muri di argilla è testimoniato uno di questi focolari. Nel 1984 fu localizzato a La Peña Negra un focolare simile corrispondente alla fase orientalizzante, e appare più tardi anche in un abitato iberico antico de El Oral.

 La seguente fase nella quale ci appare un’architettura caratteristica e definita, in ottimo stato di conservazione in alcuni punti, è Fonteta V.
Disponiamo di due strutture addossate entrambe al paramento interno della muraglia eretta nella fase Fonteta IV.
La casa del Settore 7 è stata edificata sacrificando il rinforzo del lato interno della muraglia e uno dei suoi tiranti-contrafforti. Questa struttura presenta una pianta, sebbene incompleta, di una casa pluricellulare che consta di almeno cinque ambienti. Le pareti meglio conservate hanno un robusto zoccolo di pietra di 1,10m.  ? leggermente più largo di quello delle case di Fonteta III ? sui quali di eleva l’opera in mattoni crudi, in alcuni punti conservata per un’altezza uguale a quella degli zoccoli.
Con questa casa può essere associato il grande forno in mattoni crudi che si trova a meno di mezzo metro dalla sua parete orientale.

 A sua volta, la struttura scavata nel Settore 5N presenta muri molto robusti, infatti, utilizzando 3 filari di adobe al posto del filare singolo, triplica quasi lo spessore dei muri delle case nel Settore 7.
Ancora una volta l’eccellente stato di conservazione rese possibile recuperare un alzato in mattoni crudi di un metro d’altezza sul corrispondente zoccolo di pietra, di altezza inferiore ai contemporanei zoccoli del Settore 7. La robustezza delle pareti sorprende per il piccolo spazio utile che racchiude, il che ci porta a sospettare che si tratti di un solido sostegno per una sovrastruttura che poteva reggere più di due piani. Le tracce di una possibile scala interna costruita con gradini in mattoni crudi disposti verticalmente, potrebbero confermare questa ipotesi. In questo caso, il deposito che ricopriva il pavimento originale del piano terra sembra essersi formato prima del crollo che ha interessato il piano superiore, nel quale furono rinvenuti in situ un’anfora completa in frammenti, un piatto in red slip, uno spiedo di ferro e resti di tessuto probabilmente tinto di rosso.

 Questa stretta costruzione, essendo di un’altezza notevole, potrebbe essere messa in relazione con il sistema difensivo della muraglia. La struttura è adiacente al bastione SE e non sarebbe fuori luogo pensare di trovarci di fronte ad una torre interna.

 Non va dimenticato che, in relazione all’intero spazio esistente, queste costruzioni di Fonteta V sono situate nell’area marginale di quello che, a partire da Fonteta IV, dovette essere il nucleo urbano. E questo carattere marginale sembra essere confermato da ciò che possiamo dedurre dai momenti immediatamente successivi.

Nonostante l’alterazione prodotta dai depositi posteriori sulle strutture di Fonteta V,  ciascuna si è conservata con il suo focolare che corrisponde al tipo descritto per le fasi arcaiche.

 I mattoni crudi che si utilizzano nell’arte muraria sono fabbricati con argilla di colore arancio o marrone grigiastro e l’impasto è composto da paglia di cereali o da alghe marine (posidonie) che hanno lasciato le loro impronte o si conservano putrefatte. La malta usata per unire tra loro gli elementi è la stessa argilla ma con tonalità di colore sempre sensibilmente differenti, il che permette con relativa facilità di distinguere queste pareti.
Rispettano un modulo che prevede pezzi subrettangolari di 36x47x11cm., cioè proporzioni approssimativamente conformi al sistema sessagesimale di nota tradizione vicino-orientale.

 A partire da questo momento della sequenza, nel registro dei dati che possediamo, le scarse strutture individuate mostrano una tecnica di costruzione meno raffinata. In piena fase Fonteta VI, nella quale la maggior parte dello spazio scavato all’interno del recinto ha un chiaro carattere di deposito di rifiuti, si istalla vicino al paramento del bastione, addossato e alterando parte della robusta struttura precedente, una semplice tettoia con zoccoli irregolari in pietra che si allontanano per la tecnica più rozza dagli zoccoli delle case anteriori.

 Immediatamente al di sopra del deposito di rifiuti che riempie le case di Fonteta V, si costruisce un’altra piccola tettoia, di fattura ancora peggiore della precedente, con un focolare centrale la cui piastra fittile non copre alcun letto di frammenti ceramici. Questa autentica capanna ? corrispondente a Fonteta VII ? viene costruita su più di un metro di materiale di scarto e accumuli di rifiuti, lontana dalle rovine della vecchia casa di Fonteta V. Ma il suo aspetto così trascurato può non corrispondere alla realtà di ciò che sta succedendo nell’area del nucleo urbano cittadino, in quanto potrebbe essere la tettoia di chi era incaricato al controllo del forno metallurgico al quale è addossato.
Successivamente, prima del crollo delle mura, vengono costruiti alcuni piccoli forni da pane in argilla (Settore 7) rappresentativi di Fonteta VIII.

 Va notato che queste norme architettoniche qualificano l’evoluzione puntuale di uno spazio minimo che inoltre, a partire da Fonteta IV, può non coincidere con quello che si sta producendo nelle aree più dinamiche della città portuaria. Futuri scavi nelle zone più vicine alla sorgente de La Fonteta e al Nord dell’area occupata da La Rábita Califal, potranno contrastare e completare le informazioni di cui disponiamo oggi che sono ancora del tutto preliminari.
 

Architettura difensiva

 Il perimetro difensivo è intimamente legato al concetto di città e ha una tradizione molto radicata in Oriente, con numerosi esempli nel mondo cananeo prefenicio dell’Età del Bronzo. A questo proposito va ricordato il significato del nome della città di Gadir: "protetta da mura".
È per questo motivo che uno degli aspetti più caratteristici dell’insediamento fenicio di Guardamar è la muraglia.
Apparsa in due tratti nel 1987 e nel 1991 durante gli scavi effettuati dall’équipe che lavorava ne La Rábita Califal, fu interpretata come la muraglia che circondava il monastero medievale.

 Dato il reimpiego di vari materiali di epoca anteriore nella muraglia di Fonteta IV, deve essere presa in considerazione l’ipotesi dell’esistenza in qualche altro punto di un recinto arcaico, il cui perimetro non coincide con quello che racchiude poi la Fonteta recente.

 L’aspetto degli attuali resti delle mura nell’angolo SE della città ci permette di contemplare un corpo centrale largo da 4,5 a 5m. con paramenti verticali costruiti con pietre di diversa grandezza. Alcuni allineamenti che vanno trasversalmente rispetto al senso longitudinale del recinto sembrano indicare un sistema di costruzione che termina i suoi tratti mostrando la facciavista, senza dover interpretare necessariamente gli spazi tra gli uni e gli altri né come porte né come casematte.

 Questo corpo centrale con fianchi verticali è cinto, nei tratti meglio conservati, da due corpi obliqui con una base larga circa 1m., e questo significa una larghezza totale prossima ai 7m.

 Considerata la incidenza dei costruttori della Rábita, edificata riutilizzando la pietra dell’insediamento fenicio, in particolare della muraglia, così come la posizione e lo spessore dei depositi che si sono formati con il suo crollo, possiamo concludere proponendo un’altezza totale che dovette raggiungere, se non superare, i 10m.

Lo zoccolo di pietre e argilla doveva arrivare ad un’altezza di 4-5m., sopra il quale si elevava l’opera in argilla e/o mattoni crudi che probabilmente terminava con merli, secondo i modelli attestati nelle diverse iconografie delle città fenicie. Tutta l’opera era intonacata con uno spesso strato di argilla di colore arancio chiaro, rendendo più uniforme il suo aspetto finale.

 Fedele all’architettura difensiva cananea e fenicia, il fianco esterno della fortezza presentava a 4m. di distanza un ulteriore ostacolo contro possibili assalti: un fosso a forma di V largo 2,5m. È inoltre certa, a giudicare dai resti osservati in alcuni punti, l’esistenza di una spianata d’argilla tra il rivestimento esterno in obliquo e il bordo del fosso, il che impediva ancora di più l’accesso e l’indebolimento delle mura, e allo stesso tempo proteggeva la struttura difensiva dalle forti piogge.

Se esisterono o meno casematte, come per la vicina fortificazione di Cabezo del Estaño, non sembra possa essere comprovato in quanto nella Fonteta dovevano trovarsi proprio nel tratto superiore in argilla.

Nell’angolo sudorientale del perimetro è apparso un bastione a pianta quadrangolare, ora in corso di scavo.

 Se non consideriamo l’attuale estesa copertura causata dalla sabbia delle dune e osserviamo la restituzione del perimetro originale suggerita dalla muraglia, la visione di questa cittadella, a partire da Fonteta IV, doveva essere impressionante, emergendo dagli estuari del Segura.

 Le costruzioni di Fonteta V addossate all’interno delle mura ci hanno permesso di analizzare l’esistenza di alcuni muretti trasversali più antichi che sembrano aver origine nei paramenti verticali del corpo centrale della muraglia nel quale si introducono. Sono evidenti nei Settori 7 e 8 all’interno del recinto e nel Settore 14 all’esterno.

 Allo stato attuale delle conoscenze, non crediamo che si tratti di muri di abitazione, per quanto potesse utilizzarsi lo spazio tra loro compreso come riparo (difatti, questa possibilità ha fatto in modo che stabilissimo una fase IVc). Ma purtroppo questa ipotesi non può essere comprovata nello spazio attualmente scavato che qui presentiamo, in quanto la fase V spianò entrambe i muretti ed eliminò anche due parti del rivestimento interno della muraglia per dare maggiore spazio alle strutture abitative che vi si addossavano.

 Tenendo presenti le caratteristiche geotettoniche del SE spagnolo -  una delle zone a costante rischio sismico che obbligò nel secolo scorso a trasferire la popolazione di Guardamar dal Castello all’attuale ubicazione - abbiamo preso in considerazione la possibilità che si tratti di uno degli elementi la cui finalità risiederebbe nel dotare di elasticità e stabilità la cortina difensiva, evitando il suo crollo a catena.

 Non mancano precedenti per questo tipo di costruzioni sia nell’architettura difensiva che in quella civile di ambito orientale, che vanno da porte e sbarre di legno nella muraglia del Bronzo Antico di Gerico a spazi in adobe tra pietre squadrate nel palazzo del Tardo Bronzo di Ugarit.

Queste osservazioni confermano l’alto grado di perizia tecnica e l’ottimo conoscimento delle condizioni geofisiche del territorio che avevano raggiunto gli architetti che disegnarono il sistema difensivo della Fonteta recente.
 

Architettura religiosa

 Sebbene si tratti di una documentazione "secondaria", non perde il suo incontestabile valore il ritrovamento di vari frammenti litici ben squadrati e terminanti con una modanatura a gola egizia, tra le pietre di crollo della muraglia o riutilizzati nella piattaforma di un forno metallurgico.

Questi frammenti architettonici, insieme ad altri che formano tuttora parte della muraglia e a quelli recuperati o riutilizzati negli scavi della Rábita Califal, sono un chiaro esempio dell’esistenza nella fase arcaica della Fonteta di un tempio dedicato a una delle divinità del pantheon fenicio, complementare forse all’Astarte che si venerava nel Castello di Guardamar il cui culto continuò in epoca iberica.

Il ritrovamento delle modanature, riutilizzate nella muraglia di Fonteta IV o in costruzioni posteriori, oltre al suo valore archeologico, ripropone immediatamente la stessa questione che interessa le stele e i betili recuperati negli stessi contesti, cioè riutilizzati come materiale edile posteriore: si tratta di un semplice reimpiego di materiale costruttivo o forse risponde a ragioni più profonde?
 

 L’attività metallurgica

La ricerca ed il commercio dei metalli sono alla base della presenza fenicia in Occidente. L’approvvigionamento dello stagno, il monopolio dello sfruttamento dell’argento e l’introduzione del ferro sono tre aspetti della stessa strategia che rese possibile l’interazione tra Fenici e indigeni, Tartessi soprattutto, e che incentivò gli sviluppi socioeconomici della Protostoria di Spagna.

Indizi di un’attività metallurgica sono emersi durante tutta la sequenza del sito fenicio, e possediamo una notevole documentazione della Fonteta arcaica. È sufficiente segnalare i diversi rinvenimenti di scorie e resti di metallo fuso (piombo, argento, rame e ferro) di Fonteta VI, una delle ultime fasi della città.

I recenti dati del 1998 ci permettono di affermare con sicurezza che dall’inizio dell’insediamento, in un momento indeterminato dell’VIII secolo a.C., il beneficio del metallo fu interesse dei Fenici che fondarono la Fonteta.

Sulla base dei limi rossastri, nel Settore 8 sono stati scavati tre piccoli forni la cui elevata temperatura raggiunta alterò la colorazione di questa base geologica recente sulla quale si istallò l’occupazione fenicia.
Due dei forni sono circolari e il terzo allungato; in tutti e tre furono trovate abbondanti ceneri e resti di scorie in uno di quelli circolari.

 Il ritrovamento di una discarica di scarti di fusione corrispondente a Fonteta II nel Settore 5N ha restituito grande quantità di materiale a carattere metallurgico: centinaia di frammenti di ugelli cilindrici che presentano la parte terminale introdotta nel forno con resti di vetrificazione, vari esemplari di crogioli semplici o con sostegno nei quali si conservano aderenze metalliche, numerosi noduli di scorie e di metallo e anche un piccolo forno adibito nella stessa discarica, con la parte superiore di un’anfora A1 posta al contrario e con la bocca sigillata per utilizzarla come recipiente dell’acqua. Un frammento di matrice in arenaria sembra rivelare l’oggetto fuso: un’ascia ad appendici laterali. Un piattino di ceramica a mano con incisioni esterne che non arrivano ad attraversarne la parete è dello stesso tipo di quelli ritrovati da Schubart nel Morro de Mezquitilla y che sono anche noti a Malaga.

 In ogni caso, il miglior registro di dati ci è fornito da Fonteta III. Nei Settori 7, 8 e 14 disponiamo del maggior numero di oggetti che sono da mettere in relazione con le attività metallurgiche degli abitanti della Guardamar fenicia. Nella fase IIIA, un’officina di lavorazione del ferro conteneva numerosi crogioli a pozzetto con pani di metallo attaccati e uno centrale riempito con trucioli metallici (ferro carburato). Nello stesso recinto, resti di tre anfore a tornio e di un pithos di impasto indicano una considerevole quantità d’acqua necessaria per la tempra degli oggetti forgiati.

 Nell’ambiente contiguo settentrionale è stata individuata un’area di triturazione del minerale. E in quello che sembra essere un patio o uno spazio aperto situato al sud, sono apparsi resti di ugelli, per la maggior parte crudi. E ancora in un altro ambiente è stato rinvenuta una mazza da minatore con scanalature trasversali e varie matrici di fusione in arenaria.

 Fonteta IIIB1 ha restituito una nuova discarica di scarti di fusione nella quale i crogioli, i pani metallici, le scorie, gli ugelli cilindrici e prismatici, così come le matrici per fabbricare asce ad appendici laterali, erano associati ad una notevole quantità di vasellame in red slip, tra questi una lucerna bilicne con un graffito riportante il nome teoforo del suo proprietario: MLQRT YSP ("Melqart lo aggiunse"), secondo la interpretazione della Dott.ssa Elayi.

 Oltre alle vestigia già menzionate di Fonteta VI, nella fase VII all’interno del Settore 8 è affiorata una struttura allungata destinata alla combustione ? sicuramente un forno metallurgico ? nella cui piattaforma inferiore c’era un nodulo di litargirio, cioè il monossido di piombo altamente tossico che risulta dalla coppellazione della galena argentifera.

 Con i dati attualmente disponibili, si ha l’impressione che tanto Fonteta arcaica quanto Fonteta recente offrono una caratterizzazione metallurgica simile, fornendoci informazioni su una delle attività economiche di questo centro fenicio d’Occidente.

 In relazione con la metallurgia delle comunità indigene precedenti (officina di Peña Negra I), gli elementi che ha fornito La Fonteta si inscrivono in una nuova dinamica instauratasi per la presenza fenicia in Occidente: soprattutto il ferro e l’argento (metallo con il quale le metropoli fenicie pagavano i loro tributi all’Assiria), accanto ad ugelli sia cilindrici che prismatici, tanto noti in altri centri fenici del Mediterraneo centrale ed occidentale.

 Però la principale attività metallurgica dell’insediamento alla foce del Segura continua ad essere basata sul rame. Non a caso il tipo di ascia che si stava fabbricando nel VII secolo a.C. nelle officine di Fonteta II e III è lo stesso che da duecento anni prima si lavorava nelle officine di Peña Negra I. La sua presenza, addirittura monotona, in un centro fenicio può essere connessa tanto ad opere complementari alla metallurgia ? ad esempio la deforestazione ?quanto alla sua sicura utilità come strumento da scalpellino e intagliatore, senza trascurare la falegnameria navale.
Non dimentichiamo poi che è in questa fase arcaica che andrebbero situati il tempio e il tofet le cui modanature e stele, intagliate con accuratezza, sono state riutilizzate nella costruzione della muraglia di Fonteta IV.
 

La cultura materiale

 L’insediamento fenicio alla foce del fiume Segura non solo presenta un ottimo stato di conservazione delle strutture architettoniche, ma ci ha anche restituito una quantità tale di materiali archeologici da mettere in risalto l’importanza delle transazioni economiche, l’alto indice demografico esistente e la ricchezza degli abitanti.

 Attraverso l’analisi della ceramica, dei bronzi e degli amuleti si può apprezzare, durante  tutta la sequenza di vita della Fonteta, la diversità d’origine dei prodotti rinvenuti durante gli scavi: Cadice, Malaga, Cartagine e altri centri del Mediterraneo centrale (Sulcis), e Oriente, per gli elementi propriamente fenici. Le importazioni greche appaiono a partire da Fonteta II con ceramiche protocorinzie e anfore SOS, per raggiungere quantità ancora più notevoli nella fase Fonteta VI con le produzioni greco-orientali (Samo, Chio, Ionia), come si verifica anche a Huelva e Malaga.
Dalla fase più arcaica e meno documentata (Fonteta IB) proviene uno skyphos fenicio con ingobbio rosso e pittura nera che imita i modelli euboici, simile agli esemplari trovati a Toscanos, Cartagine, Mozia e Sant’Antioco.

 La Fonteta arcaica ha restituito complessi di materiali affini a quelli dei rimanenti centri fenici del mezzogiorno peninsulare e di Sa Caleta.
Il repertorio più completo proviene da Fonteta II e Fonteta III, nel quale sono apparsi buoni indicatori cronologici come i piatti in red slip.

La percentuale di ceramica a mano è ridotta, non superando il 20%. Possono essere stabiliti tre gruppi: il primo di provenienza alloctona, del Sud peninsulare; un altro con paste ricche di calcite e il terzo, probabilmente locale, identico per produzione ha quello dei centri indigeni (Peña Negra I).

Le ceramiche al tornio offrono ugualmente varie provenienze, distaccando chiaramente per le sue caratteristiche peculiari e per la sua entità statistica quei prodotti elaborati nelle officine malagueñe e quelli importati da Cartagine: anfore, ceramica grigia, ceramica comune, ceramica ingobbiata e a vernice rossa e ceramica con decorazione dipinta, specialmente bicroma.

Gli esemplari più abbondanti sono le anfore e il vasellame a vernice rossa. I piatti e le lucerne monolicni o bilicni, in red slip o acrome, sono tra i tipi più comuni, seguiti dalle oinochoai con orlo a fungo o con orlo trilobato.

La ceramica grigia non raggiunge i valori che osserveremo poi nella Fonteta recente e la sua origine va ricercata nei centri della costa andalusa.
Per quanto riguarda la ceramica con decorazione dipinta va sottolineata la tendenza verso una rappresentazione particolare delle forme E11 (vasi tipo Cruz del Negro) e E13, le giare anforoidi con quattro anse geminate, un contenitore (per alimenti in salamoia?) abbondante quanto le anfore vinarie, presentando diverse sintassi decorative (croci e cerchi concentrici) sulla tipica decorazione a bande rosse e linee nere.

 Il complesso dei materiali ceramici di Fonteta recente mostra notevoli differenze rispetto al comportamento precedente. Questo fenomeno va messo in relazione con i cambi che si verificano in quasi tutti i centri fenici a partire dall’ultimo terzo del VII secolo a.C., riflesso a sua volta della crisi delle metropoli orientali, soprattutto di Tiro.

 La costruzione del sistema difensivo di Fonteta IV e la ristrutturazione urbana dell’insediamento fenicio hanno la loro eco nei sensibili cambiamenti di comportamento dei repertori ceramici. Per la loro analisi disponiamo di un ampio registro di dati fornitoci dal deposito di rifiuti denominato Ia3 che appartiene alla fase Fonteta VI.

 La ceramica a mano inizia a raggiungere valori considerevoli, quasi il 45 %, predominando tra questa i prodotti locali di Peña Negra II. Se si tratta di un fenomeno connesso con il suo carattere di deposito di rifiuti o rispecchia un incremento della popolazione indigena della Fonteta, ancora non può essere affermato con una qualche certezza.

 Risulta comunque interessante l’ipotesi di intravedere in queste fasi recenti dell’insediamento fenicio una maggiore presenza di genti che già da molto tempo, almeno dagli inizi del VII secolo a.C., stanno convivendo con gruppi orientali, secondo quanto ci indica l’installazione di un’officina fenicia nella città indigena di Peña Negra.

 È solo un caso che si verifichi un ripiego della popolazione orientale della Fonteta, insieme a gruppi indigeni fortemente misti? Una chiave di lettura per tale questione può essere data dalla cronologia della fortificazione del Cabezo Pequeño del Estaño, la cui ubicazione risulta imperativa. La fortificazione di Cabezo del Estaño è precedente a quella di Fonteta IV e viene abbandonata trasferendo il sistema difensivo alla città portuaria della foce del Segura? O si costruisce la fortificazione del Estaño proprio quando viene definito questo sistema?

 Il nuovo orientamento che sta assumendo la città portuaria della Fonteta recente si riflette chiaramente nella cultura materiale: i prodotti della costa malagueña iniziano a diminuire così come i prodotti importati da Cartagine. In compenso, nuove officine con i loro prodotti appaiono nella vita quotidiana degli ultimi Fenici, più o meno puri, di Fonteta VI-VII, prima di sparire o essere assimilati dagli Iberi.

 I prodotti delle officine fenicie locali di Peña Negra II, in particolare la ceramica grigia, raggiungono un notevole livello decorativo. Accanto a questa, numerose produzioni la cui identificazione, attraverso le analisi intensive ed estensive della caratterizzazione, risulta senza dubbio urgente.

 Lo spettro ceramologico di Fonteta VI può portare a stabilire una fase propria che spieghi la trasformazione dell’orientalizzante (Peña Negra II) nell’iberico antico (El Molar), riempiendo il vuoto nella genesi del focolaio iberico del Basso Segura. Il mondo di Fonteta VI potrebbe rappresentare l’anello della catena che spiega direttamente la nascita della cultura iberica a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C.?

 I beni suntuari che caratterizzano questo momento dell’insediamento fenicio, con un’ampia rappresentazione di diversi tipi di fibule tra le quali allo stato attuale delle indagini manca quella anulare ispanica, con vasi d’alabastro e scarabei di faïence e azzurrite, confermano i nostri sospetti di trovarci di fronte a un orizzonte immediatamente precedente a quello rappresentato dalla necropoli del Molar, appartenente senza ombra di dubbio all’abitato iberico che fu installato sulla riva sinistra della foce fluviale del Segura.
 

Le uova di struzzo

 Durante l’intera sequenza delle otto fasi della Fonteta si è manifestata l’enorme abbondanza di vasi realizzati con gusci d’uovo di struzzo.

 Disponiamo di più di 150 frammenti di questi vasi e presentano quasi tutti tracce di ocra rossa all’interno e alcuni hanno conservato la decorazione esterna dipinta o soltanto ciò che è rimasto dell’incisione del disegno dopo la sparizione della pittura.

 Questi ritrovamenti, insieme a quelli realizzati in altri centri fenici, come nel Cerro del Villar alla foce del Guadalhorce, ci dimostrano il carattere non esclusivamente funerario di questa peculiare produzione che perdura in epoca punica e il cui senso simbolico sembra aver attecchito in alcuni ambienti funerari iberici.
 

Oggetti metallici, amuleti e gioielli

 Insieme ai frammenti ceramici e ai resti metallurgici rinvenuti nelle varie fasi, la Fonteta ha restituito numerosi oggetti di metallo, principalmente in bronzo e rame ma anche con un importante volume di oggetti in ferro.

 Un notevole lotto di ami da pesca, insieme a pesi plumbei per reti, non fanno altro che confermare ciò che ci era già stato indicato dalla presenza di vertebre, spine, denti e squame di diverse specie di ittiofauna, tra le quali spiccano gli scombridi, che furono pescate dagli abitanti della città portuaria della foce del Segura.

 Un insieme di placchette di rame o bronzo, a volte con ribattini di ferro, rappresenta ciò che è rimasto degli ornamenti sopra supporti deperibili (tessuto, cuoio, legno).

 Dalla tettoia di Fonteta VI-VII nel Settore 5 provengono i resti della decorazione di una cintura con una base a doppio nastro ricoperta da semicerchi di bronzo, che doveva essere dello stesso modello di quella ritrovata a Peña Negra II o nella necropoli de La Joya, il che viene confermato dal ritrovamento nel Settore 7 di una fibbia per una cintura ancora dello stesso tipo.

 Con i dati attuali, il maggior numero di fibule e fibbie di cintura, queste ultime del tipo semplice tartessico, proviene dal deposito di rifiuti di Fonteta VI. Le fibule predominanti sono quelle de doble resorte (a doppia molla) e quelle con il piede della staffa a gomito rinforzato da un piccolo globo (tipo "Golfo de León"), insieme ad altri tipi meno comuni e che servono da confronto per stabilire la cronologia della suddetta fase.

 In piombo, a parte i goccioloni informi, disponiamo di un peso quadrato con stampo centrale simile a quelli apparsi in altri centri fenici d’Occidente (Guadalhorce) e d’Oriente.

 Sono apparsi anche numerosi frammenti di oggetti in ferro, generalmente di forma circolare, e alcuni pezzi quasi completi (uno spiedo in Fonteta V), insieme a vari coltelli falcati.

 Nel gruppo degli amuleti e dei ciondoli disponiamo di una placchetta traforata di steatite che rappresenta un Uadjet e la vacca Hathor, una maschera silenica in faïence, come due dei quattro scarabei recuperati. Gli altri due sono in bronzo e in azzurrite. Si conservano poi alcuni frammenti di mobilia in avorio, un frammento di pettine e un ciondolo cilindrico.

 Un castone versatile montato in argento appartenente ad un anello presenta un intaglio molto rifinito con il motivo di Set con fiore di loto assiso sull’esergo sotto il quale è rappresentato il segno Pet, il cielo.

 Un campione dell’oreficeria aurea ci è offerto da un ciondolo del tipo a cestello con all’interno una piramide formata da globetti che risponde ad un tipo molto noto nel repertorio dei gioielli fenici che, fabbricati in oro o argento, si diffondono dalla Fenicia e dalla Palestina fino a Cadice.